
Ho raccontato un percorso individuale fondendolo con uno collettivo, socio-culturale.
Ecco più o meno cosa ho fatto con il romanzo “Il cielo sopra il Pigneto”.
Il neuroscienziato Antonio Damasio ci dice che il dolore e il piacere sono i sentimenti meno compresi in termini biologici.
Proprio sul dolore, sul piacere e sugli incessanti interrogativi di una coscienza adulta, ho basato il percorso individuale del protagonista.
Lui, Federico, il protagonista, conosce questa donna dallo sguardo mesmerico, se ne innamora. La sua amigdala balla la salsa e il merengue. Si auto confinano in una bolla utopistica con dentro i loro sapori, gli orgasmi, le passioni.
Un’utopia che si colorerà di tinte plumbee e disperanti delle peggiori distopie (con questa frase, volevo rendere omaggio a Benedetto Vecchi, venuto a mancare in questi giorni).
Alla base di una emozione c’è una percezione sensoriale di un oggetto. La vista del sole che tramonta sul mare di una spiaggia della Maremma è un oggetto emozionalmente adeguato. Ma è quell’oggetto esterno che produce il sentimento? No, non è quell’oggetto esterno. E’ la modalità di elaborare del nostro cervello. L’oggetto del sentimento è mappato nel nostro cervello.
E’ per tale ragione che ho intrecciato le vicende famigliari del protagonista. Il rapporto che lui ha con gli abbandoni. Ciò che è già cablato nella sua testa ancor prima di conoscere l’avvenente donna.
Come ci si salva dalla sofferenza?
Noi siamo immersi in una cultura nella quale la risposta è affidata a reazioni individuali, – con la retorica del pensiero positivo o con utilizzo di psicofarmaci.
Beninteso, la neuroscienza ha per me un interesse enorme. Quel mostro sacro di Damasio, reinterpretando la logica spinoziana in salsa scientifica, ha ragione da vendere quando sostiene che l’oggetto del sentimento è nel nostro corpo.
Dunque le reazioni individuali, contano. Caspita se contano.
Ma si può chiedere a quella “signora col viso stanco” (uno dei tanti personaggi che Federico descrive nei suoi tragitti sui mezzi pubblici della Roma periferica) una salvezza basata su una reazione puramente individuale? Probabilmente no. Servono risposte di natura sociale e politica.
Proprio per sviluppare questo aspetto, mi servo di un altro personaggio ancora.Marco, un amico d’infanzia del protagonista.
Ed è questo filone che ci proietta nei luoghi. Una proiezione che si fonde con una introiezione.
Su questo crinale, dunque, ci si chiede: è possibile utilizzare il territorio e la comunità che ci abita, come agente salvifico o bisogna necessariamente rifarsi alle risorse individuali? Una domanda che evidentemente sottende un modello sociale.
Tor Pignattara, il Pigneto. Questo chilometro e mezzo quadrato rappresenta un laboratorio antropologico.Probabilmente l’area più multietnica d’Europa, ma è anche quella delle trattorie di carbonara ed è anche quella dei bistrot con cantanti hipsterici, quella dei laboratori del mindfulness, del booking re-cycling, delle centrifughe allo zenzero e le vellutate bio, quella dei calabresi e pugliesi che sono venuti a viverci.
Un meticciato.
Federico, lui stesso espressione di un meticciato che oscilla tra docenze in università prestigiose e iniziative dal basso, si muove come un flaneur nei territorio in cui è nato, restituendoci odori, volti e umori di chi vi abita.
Prova a profilare questa comunità, ne registra le segmentazioni sociologiche afferenti alle diverse adesioni fideistiche (“Italia agli italiani” vs “Più siamo e meglio stiamo”), ma ben presto si arrende di fronte alla possibilità di una logica orientata alla classificazione. Qualsiasi forma di rappresentazione non è immune da un deficit di complessità. La semplificazione rischia di diventare una banalizzazione.
Ma se Federico è capace di intravedere una salvezza collettiva per il suo amico, riuscirà ad attuarla come agente salvifico anche su se stesso?
I luoghi, tanti e tutti, da mero sfondo assumono ruolo di co-protagonista.
Un ricordo condizionato e consapevole del passato può generare una emozione reale nel presente, si sa.
E cosa c’è di più evocativo di un luogo? Cosa c’è di più evocativo di quell’angolo di strada dove anni prima ti eri perso nei baci della donna che amavi? Quel bisturi che ti incide le budella, quando incroci quella pizzeria dove mangiasti poco prima di fare l’amore con lei la prima volta.
Cristiano Ranalletta